I can’t

Lori Felker, I can’t, 2020, 5′.



L’edizione 2020 del Festival des cinémas différents et expérimentaux de Paris organizzata dal Collectif Jeune Cinéma ha per tema i capricci del linguaggio, i suoi imprevisti, la «riappropriazione del linguaggio» da parte di chi il linguaggio lo stuzzica, lo smembra e lo ricompone secondo logiche illogiche. La competizione della 22esima edizione (7-18 ottobre) tenta dunque di proporre un’orchestra di voci da quella comunità emarginata del cinema che ha ancora qualcosa da dire, in dialetti e cacoletti (dialectes, cacolectes).


La didascalia recita: «A roll of film is not a successful conduit for grief» e certo questo, in aggiunta al titolo stesso del film, è sufficiente a mettere in chiaro che il dolore, per Lori Felker, non è stato lenito né rilasciato grazie alla sua opera (sarà davvero così?). È piuttosto comune infatti l’idea secondo la quale l’artista crea per far fronte ad un dolore che deve essere tirato fuori, ed è certamente vero per alcuni di essi; qui, invece, il dolore impedisce la messa in forma, non permette alla regista di agire con l’ordine che è proprio di ogni atto artistico (l’ordine non è arte a priori ma l’arte è ordine a priori): non riesce a seguire una bolla con la sua cinepresa, non vuole vederla scoppiare soprattutto. La sua leggerezza e le sottili rifrazioni della luce sulla sua superficie non sono più momenti fugaci di grazia ma immagini da inseguire, luci che scappano, esplodono, e che la macchina da presa non riesce ad afferrare. «Esposizione sbagliata. Stupide lenti».

Le immagini sono riprese come se l’intenzione fosse quella di mostrarle a Robert Todd (sono le scritte su schermo a dirlo), a cui il film è dedicato, e forse è nell’impossibilità di toccare o anche solo sfiorare quella semplicità permeata di assoluta grazia della mano di Todd1 che risiede la frustrazione di lei. Nell’impossibilità di seguire la traiettoria di una bolla e le lievi variazioni luminose su di essa, la mano di una bambina, i suoi giochi. Tutto, in questa condizione, le si oppone. E se il cinema è l’unica forma arte che permette una coincidenza perfetta tra il pensiero e la sua materializzazione ecco che uno stato d’animo di rabbia e nervosismo non può che innervosire l’occhio della cinepresa. Sembra così che il gioco di bimba sia colpa della bimba e che l’esplosione delle bolle sia colpa delle bolle. «Non stava facendo ciò che volevo lei facesse».

C’è forse un inciampo di Lori Felker, un’esternalizzazione di sentimento in qualche momento artificiosa e che non può non essere frutto d’una scelta e d’un ordine più consapevole. C’è – in alcune didascalie che intermezzano le riprese – la manifestazione di come la rabbia si sia trasformata in forma estetica durante la creazione e abbia perso parte di quella esclusiva tensione del primo frangente di film. La regista riflette sull’egoismo del suo stesso dolore, sui limiti di quelle immagini che non riesce a riprendere come vorrebbe, su quelle «stupide scritte» in sovrimpressione. Eppure sembra che quest’apertura metanarrativa faccia rumore nella leggerezza delle immagini religiosamente silenziose (così lo sono, tra l’altro, nel cinema di Todd).

«Cosa pensi del silenzio? Non dici mai realmente qualcosa nei miei sogni». In effetti, questo è un film in cui l’artista palesa la sua inadeguatezza e quella della sua opera. È naturale che niente vada come vuole lei, è naturale che quei testi siano stupidi, che non aiutino. «Odio questo rullino […] e temo stia per finire». Dopotutto è proprio su quest’ultimo testo che si definisce I can’t: questo è un cinema che non può che finire, un cinema che si chiude e non un cinema che si apre: non più un occhio, quello di Todd, che osserva il farsi della vita dalla sua Cove2 ma un amaro riconoscimento di finitezza. Il cineasta attende l’evento qualunque e gli offre uno spazio in cui (ri)farsi all’infinito; quando cerca di costringerlo constata la sua inadeguatezza. Lori Felker lo sa, forse per questo è in lutto.


Bibliografia

1 Scrive Francesco Cazzin a proposito di Cove (2012, 7′): «Esso è l’esistenza, pura e semplice come pure e semplici sono le immagini che non la rappresentano ma la coinvolgono in se stesse. Cos’altro dovrebbe essere o cos’altro dovrebbe fare il cinema, se non questo? Implicare la vita, farsi temporalità – è l’unico modo per non morire, in fondo
2 Cove = insenatura, cavità, guscio.

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