The death of cinema and my father too

Dani Rosenberg, The death of cinema and my father too, 2020, 103′.


Il regista Dani Rosenberg avrebbe dovuto girare un altro film, un film satirico/comico su un presunto attacco aereo alla sua città, un film sull’esplorazione dell’isteria collettiva e sulla paranoia di un uomo che tenta di scappare con la sua famiglia, durante la notte, per sfuggire all’imminente disastro. La produzione del film è stata interrotta dalla malattia di suo padre Natan, attore principale nel film in questione. Così Rosenberg da inizio alle riprese di un film che non segue più l’intento originale ma che si sviluppa proprio attorno al fallimento del progetto iniziale (che doveva intitolarsi The night escape). Per questo nuovo film il regista intreccia una serie di complessi tessuti metanarrativi che è necessario elencare per evidenziarne i rapporti:
– Le riprese quotidiane (e dunque puramente documentarie) di Dani; queste immortalano principalmente suo padre durante la malattia, a casa o in ospedale.
– Rimasugli di film amatoriali girati da Dani quando era giovane, con suo padre come protagonista.
– Le riprese di The night escape nel quale due attori interpretano Dani e Natan, rispettivamente sotto il nome di Assaf e Yoel.
– Le riprese delle riprese di The night escape, ovvero il film vero e proprio: The death of cinema and my father too.

Si aggiungano a questa matassa la coincidenza di alcuni personaggi reali e finzionali (la madre di Assaf è l’effettiva madre di Dani Rosenberg), di alcune scenografie e di alcuni eventi che lo spettatore vede sia nella ripresa documentaria che nella ricostruzione del film.           
Quello che fa Rosenberg, in sostanza, è impedire che la morte del padre interrompa la sua presenza sullo schermo, negandone di fatto la scomparsa: egli ricomincia da dove il padre, purtroppo, si è fermato. Se The night escape non può continuare per la perdita del suo protagonista allora la soluzione, per lui, è ricostruire in un film la cronologia di questa mancanza. Ed è proprio in virtù di questo che, ad un certo punto, la finzione si riconcilia con la realtà: Yoel, protagonista del film che suo figlio Assaf vuole girare, non può più continuare, ha un cancro. Assaf lo filma in casa, gli parla continuamente del film ma suo padre non vuole saperne, è irritato dall’apparente insensibilità di un figlio che pare non interessarsi all’imminente morte del padre. È il film che conta. Questo, però, lo spettatore di The death of cinema and my father too lo sa perché l’ha già visto, ha già visto questa reazione nelle immagini reali di Natan Rosenberg che inveisce nei confronti di suo figlio Dani che continua a filmare nonostante tutto, nonostante la malattia.   

E ad un certo punto la figura di Dani/Assaf si fa ambigua, quasi negativa, trasportata così intensamente da nuove idee per il suo film da trascurare addirittura sua moglie incinta e il loro futuro bambino: c’è solo il cinema per Dani/Assaf, la sua esistenza è vita, il suo fallimento la morte. In realtà il sentimento del regista è quello di chi vede il cinema coincidere esattamente con la vita, non dunque come una costola linguistica che esplora un aspetto della realtà ma il linguaggio stesso di questa realtà. Dani Rosenberg (e come lui il suo alter ego Assaf) filma continuamente perché è il suo modo di rapportarsi col mondo, filma perché i “footage” sono per lui pezzi di vita vera (nonostante suo padre lo contraddica a riguardo in quanto, nel contemporaneo, non sono reali filmati ma una serie di dati informatici immagazzinati in dei dischi rigidi). Eppure quando Natan Rosenberg muore sullo schermo passano degli effettivi “footage”, pezzi di memoria su pellicola, ricordi di celluloide intrappolati dall’avidità del giovane Dani Rosenberg che nella sua vita non ha fatto altro che filmare.
Muore Natan e muore anche il suo alter ego Yoel. Assaf deve quindi cercare un altro attore per portare avanti il suo film, aggiungendo un altro percorso metanarrativo proprio negli ultimi momenti del film – in un passaggio infinito di questo carbone cinematografico che ancora brucia e che non deve spegnersi. Perché se così fosse il cinema morirebbe, così com’è morto The night escape. E forse questo The death of cinema and my father too è proprio il risultato della consapevolezza della morte del cinema perché privato della sua sostanza principale: la vita dei suoi personaggi. 

Infine viene consegnato allo spettatore, però, l’ultima immagine “viva” della pellicola: la madre di Assaf (che – si noti bene – è interpretata dalla madre di Dani) che va in camera sua, mentre nell’altra stanza stanno continuando le riprese del film in attesa dell’arrivo del nuovo attore. Lei non vuole più saperne di cinema, esso è morto con Natan/Yoel. 

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