Mune – il guardiano della Luna: Disney, prendi appunti.

SCHEDA FILM
  • TITOLO: Mune – il guardiano della Luna (Mune – le gardien de la Lune)
  • DATA DI USCITA: 2015
  • REGIA: Benoît Philippon e Alexandre Heboyan
  • SCENEGGIATURA: Jérôme Fansten E Benoît Philippon

Il titolo dell’articolo, volutamente provocatorio, vuole essere un pretesto per introdurre un discorso che va oltre i bordi di quelle che sono le mie considerazioni verso questo film, gioiello dell’animazione degli ultimi anni, in mezzo al mare di prodotti Disney che, seppur impeccabili tecnicamente e validi(sarei uno stupido a considerare film come Big Hero 6 dei cattivi lavori), presentano dei patterns che iniziano ad essere per me noiosi, simbolo di come ci si adagi su alcuni schemi che risultano fruttuosi per le tasche dei produttori. D’altronde “squadra che vince non si cambia“, vero Disney?

Se da un lato è vero che gli ultimi film Disney non sono dei cattivi prodotti, dall’altro viene fuori una – quasi – totale assenza di volontà da parte di produttori, sceneggiatori e registi di creare qualcosa di particolare, di innovativo, a livello di tematiche e di realizzazione tecnica, opzione da non sottovalutare assolutamente in un mondo – quello dell’animazione – in continua crescita, la cui componente visiva dovrebbe essere il perno intorno al quale muovere i fili di un prodotto che si differenza dal live action proprio per la possibilità di mettere in scena personaggi e movimenti modellabili graficamente e stilisticamente senza decontestualizzarli o renderli improponibili.
Disney da molti anni ormai struttura i suoi film con dei contorni facilmente riconoscibili: storie semplici che si prestano però all’intrattenimento con personaggi altrettanto semplici ma accattivanti che combattono nemici ancora più semplici e standardizzati ma sopra le righe e non così tanto malvagi.
Inoltre vi è la presenza(poco gradita dal sottoscritto) di una ostentata pressione da parte dei film di voler far provare emozioni forti attraverso stilemi molto fastidiosi quali la morte/scomparsa di un amico/persona cara, con frasi ad effetto che diventano dei trigger che fanno cadere la lacrimuccia ai più. Questo utilizzo smisurato della parola “feels” che da qualche anno riempie le pagine dei social è indice di come Disney abbia capito come arrivare al cuore degli spettatori con dei metodi facilmente applicabili. E non c’è nulla di male in questo. Ciò che io sto attaccando è l’ostentazione, l’eccesso, la ripetitività di certe strutture narrative; mi basta nominare il già citato Big Hero 6, Frozen, oppure Guardiani della Galassia e Capitan America: Civil War.
Sia chiaro che i film qua sopra citati sono tutti decisamente validi, con i loro difetti ovviamente, che non sono certo esclusivamente da attribuire alle esigenze di “Mamma Disney”, sta di fatto che essi(come molti altri) evidenziano come l’influenza di questa grandissima compagnia limiti la qualità del prodotto e la predisposizione artistica di registi e sceneggiatori, imbrigliati in alcune linee guida imposte loro da una casa di produzione che sa bene come fare marketing e che punta ad accaparrarsi più pubblico possibile, piuttosto che a dare un vero contributo alla settima arte, che si sta riempiendo di film i cui picchi superano di poco la sufficienza e abbassano automaticamente il metro di giudizio degli spettatori.

Sarò sincero: “Mune – il guardiano della Luna” non rompe tutte i cardini qua sopra discussi, non stiamo parlando di un film di Hayao Miyazaki.
E’ comunque un prodotto che da speranza a chi, come me, vuole di più da un tipo di produzione che può potenzialmente fare grandi cose, ma che non vuole rischiare. Una macchia di colore in mezzo al monocromatismo di titoli che puntano alla sola ostentata presa emotiva verso il fruitore.
Partiamo dal primo tratto peculiare di questo film: la resa visiva.
“Mune – il guardiano della Luna” presenta una grafica molto orientaleggiante, a partire dal design fino ad arrivare alle animazioni, estremamente dolci, fluide e mai barocche. Non è un caso che la scelta grafica tenti di avvicinarsi allo stile giapponese di molte saghe videoludiche(Okami e Final Fantasy per citarne qualcuna) e di xilografie di famosi artisti nipponici. L’obiettivo dei due registi è chiaro: trasportare lo spettatore in un mondo fiabesco, dai toni chiari, disposti su più strati, dolci, morbidi. Si passa dalla computer grafica all’animazione tradizionale a mano, dai colori chiari a quelli scuri, senza venir mai meno ad una saturazione tale che possa impedire al film di avere delle atmosfere eccessivamente seriose.

I due vecchi guardiani del sole e della luna scelgono i loro successori: per il sole viene eletto il borioso Sohone, per la luna Mune, un giovane e imbranato fauno, ma dal cuore puro. La prima notte in cui Mune fa il guardiano, però, combina un guaio e dà la possibilità al guardiano delle tenebre, con l’aiuto dei suoi diavoletti Mox e Spleen, di rubare il sole. Mune e Sohone si alleano per partire alla ricerca dell’astro perduto, e con loro c’è la bella e fragile Glin, fatta di cera, in pericolo al caldo come al freddo. In loro aiuto interverrà anche uno dei vecchissimi guardiani della luna, Fosforo.

Già dalla prima riga di questa breve trama viene fuori una tematica tipicamente “Miyazakiana”(passatemi il termine) e praticamente assente nei film di una casa di produzione americana fino al midollo: l’importanza della Natura. L’importanza dell’alternanza del giorno e della notte e dell’essenzialità del Sole quanto della Luna(sottolineo che la dicotomia non è tra Bianco e Nero, in quanto entrambi gli astri emanano luce, dettaglio da non sottovalutare), simboli di temi ben più ampi(quali l’uguaglianza, il rispetto per il diverso, per dirne qualcuno.)

Il film scivola leggermente su alcuni tratti della sceneggiatura che ci presentano situazioni semplicistiche, quali la storia d’amore tra i due protagonisti(banali per il soggetto trattato che poteva dare molto di più in potenza, ma comunque sviluppati meglio di molti altri prodotti di cui ho parlato) e alcuni dialoghi abbastanza telefonati e con struttura molto comune(basti pensare a quanti spunti avrebbe potuto dare il personaggio di Glin, in pericolo al caldo quanto al freddo).
Sta di fatto che il concetto stesso che sta alla sua base lo eleva di molto sulla piazza dei film d’animazione, con una lettura superficiale che lascia, al bambino quanto all’adulto, spunti di riflessione per quella che è l’uguaglianza, la convivenza degli opposti, l’importanza di alcuni processi vitali degli uomini e della natura che non devono essere sottovalutati e che, ad una lettura più attenta fa venire alla luce una storia carica di simboli che richiedono più di una visione per essere colti pienamente.
I personaggi sono per molti versi stereotipati, ma si distinguono per le azioni che compiono nelle situazioni in cui vengono inseriti, per la crescita facilmente intuibile che però è necessaria per esporre concetti che conferiscono al film una linfa di cui tutti dovrebbero cibarsi.

Mune – il guardiano della Luna” è fiabesco, onirico, volutamente caricaturale, e trasmette molte emozioni che però non vengono sparate in bocca allo spettatore con un Ak-47, che non si sente in dovere di recepire. E’ un film che richiede attenzione, che “offre” delle emozioni, le quali saranno prese e assimilate dai fruitori, grandi o piccoli che siano, attraverso una concreta riflessione su ciò che Benoît Philippon Alexandre Heboyan hanno voluto chiaramente suscitare, attraverso un prodotto non perfetto, ma che nella sua imperfezione si pone nella scena cinematografica come concorrente(e si spera anche sostituta) ad un cinema targato Disney che sta imbrigliando in meccanismi anti-artistici registi e sceneggiatori dalle grosse potenzialità.

 

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