Le case che eravamo, le case che siamo, le case che saremo.

Le case che eravamo (2018, 18′) – Arianna Lodeserto.


Click here to read the english version of this article.


Prima dell’inizio ufficiale del Laterale Film Festival 2019 questa pseudo-rubrica tenterà di mettere in luce, attraverso articoli dedicati ai film scelti, quali sono gli elementi principali di questa selezione, i contatti reciproci e la natura affine delle opere nella consapevolezza della distanza geografico-culturale dei loro creatori. Si cercherà di tracciare un percorso (così come quello di Excursus Laterale, all’interno del quale andrà a confluire questa serie di articoli subito dopo la chiusura dell’edizione di quest’anno) tra queste opere al fine soprattutto di dare loro un rilievo prima e dopo l’esperienza della sala, una casa temporanea sia per gli artisti e le loro opere che per gli spettatori, naviganti e visitatori di questa città che da anni accoglie il cinema Laterale e i suoi figli dando loro un posto in cui fermarsi per qualche giorno.

Catalogo


La casa è un diritto, non un bene accessibile secondo delle condizioni socio-economiche. La casa – quella che gli inglesi chiamano home e differenziano da house – è qualcosa che ha a che fare con la dignità umana e non con la sua disponibilità monetaria. La casa non è un insieme di assi, travi, lamiere, cemento e ferro, utile semplicemente a coprire il capo dalla pioggia: è un luogo al quale tornare alla sera per un pasto caldo e per sentirsi al sicuro.

Arianna Lodeserto non mette insieme schegge cinematografiche estrapolate da innumerevoli archivi al fine di operare una ricostruzione storica dell’edilizia romana; piuttosto crea dei dialoghi all’interno della storia della città viaggiando tra epoche lontane, dagli anni ’40 ad oggi, balzando tra formule cinematografiche con fini e presupposti diversi (da film a servizi televisivi) al fine di leggere nell’esempio di Roma l’importanza di avere una casa e di potersi sentire esseri umani.

«Non un solo mattone è stato posto pensandoti»: una frase di sconcertante e drammatica bellezza riflette la grandezza di un film che chiede aiuto alla Storia impressa su pellicola per farne opera d’arte che insieme la sublima e la estrapola da un contesto (Roma, in questo caso) per farsi monumento in onore a chi ha lottato – e lotta – per qualcosa che, paradossalmente, dovrebbe essere un diritto inalienabile di qualunque persona. Dall’opera di finzione al documentario, dal bianco e nero al colore, dal passato al presente: l’intreccio dei diversi elementi linguistici e temporali di Le case che eravamo ricorda allo spettatore che la condizione di chi è senza casa non è una problematica relativa ad un preciso periodo storico e del quale racconto il film si fa semplice tramite: la lotta per il diritto alla casa è quella universale dell’esule che non cerca quattro mura per non morire di freddo ma un posto che possa sentire come proprio e soprattutto verso il quale possa predisporre un progetto di vita.

L’unica cosa che può far diventare adulti, che consacra la vita alla dignità dell’uomo è la casa, che nessuno si può permettere però. Da qui il titolo: le case che eravamo, le case che siamo, le case che saremo. La casa ci identifica sempre, nel bene e nel male. Spesso il non avere una casa è stato un marchio, un’etichetta apposta sulle persone definite “baraccate”. Non era solo una lotta per la casa, ma anche contro le case improvvisate, su quelle che non danno dignità ma sono solo una forma di assistenzialismo momentaneo.1

In Le case che eravamo il cinema può riconfigurarsi secondo forme composite e laterali, come assemblaggio di materiale che parla di sé, che si auto-rappresenta2. I segmenti presi da film del passato, telegiornali, documenti ecc non sono plasmati al fine di entrare a far parte di un disegno più grande: essi stessi sono a priori quel disegno. Una formula frattale quella di Lodeserto, nella quale architettura filmica si rivede (e risente) continuamente, riverberando, l’urlo di chi tenta di riprendersi la propria umanità.

È annichilente pensare al fatto che delle immagini d’archivio tornino, tra le mani della regista, a farsi osservatrici della contemporaneità. Una realtà registrata che osserva il suo futuro e che diventa, nella nuova opera, il suo presente. Nei cartelloni dei manifestanti si legge lo stesso sentimento a distanza di 50/60/70 anni; è annichilente pensare che, dopotutto, non si stia «chiedendo la luna», semplicemente una casa che non sia solo temporanea architettura ma compartecipe di una vita che potrà essere.

Questo film è dedicato a chi,
su questa terra e sulle altre,
in questo tempo e negli altri,
è ancora in cerca di una casa.


Bibliografia

1 Le case che eravamo, che siamo e che saremo. Un cortometraggio racconta il diritto all’abitare
2 Interview: Arianna Lodeserto, The Houses We Were (Italy)


http://www.ariannalodeserto.com/
http://www.thomasproject.net/arianna-lodeserto/



English version


The houses we were, the houses we are, the houses we will be.

The houses we were (2018, 18′) – Arianna Lodeserto.


Before the official start of Laterale Film Festival 2019 this pseudo-column will attempt to highlight, through articles dedicated to the selected films, the main elements of this selection, the mutual contacts and the similar nature of the works in the awareness of the geographical-cultural distance of their creators. The column will try to trace a path (as well as Excursus Laterale, in which this series of articles will come together immediately after the closing of this year’s edition)among these works in order to above all give them a remark before and after the experience of the cinema hall, a temporary home for both the artists and their works and for the spectator, sailors and visitors of this city that for years has been welcoming the Lateral cinema and his children by giving them a place to rest for a few days.

Catalogue


Home is a right, not an accessible commodity according to socio-economic conditions. Home is something that has to do with human dignity and not with its monetary availability. Home is not a collection of boards, beams, sheets, cement and iron, simply useful to cover the head from the rain: it is a place to return to in the evening for a hot meal and to feel safe.

Arianna Lodeserto does not put together cinematographic splinters extrapolated from innumerable archives in order to make a historical reconstruction of roman building; rather she creates dialogues within the history of the city traveling between distant eras, from the 1940s to the present, leaping between cinematographic formulas with different aims and presuppositions (from films to television services) in order to read in the example of Rome the importance of having a home and being able to feel human.

«Not a single brick has been laid thinking of you»: a sentence of bewildering and dramatic beauty reflects the greatness of a film that asks for help from History printed on film to make it a work of art that together sublimates it and extrapolates it from a context (Rome, in this case) to become a monument in honor of those who fought – and fight – for something that, paradoxically, should be an inalienable right of any person. From the fictional work to the documentary, from black and white to color, from the past to the present: the intertwining of the different linguistic and temporal elements of The houses we were reminds the viewer that the condition of those who are homeless is not a relative problematic to a precise historical period and of which the film is made simple through: the struggle for the right to housing is the universal one of the exile who does not seek four walls in order not to die of cold but a place that can feel as its own and above all towards who can prepare a life plan.

The only thing that can make adults, which consecrates life to human dignity, is the house, which no one can afford, however. Hence the title: the houses we were, the houses we are, the houses we will be. The house always identifies us, for better or for worse. Often not having a house has been a trademark, a label affixed to people defined as “slum”. It was not only a struggle for the house, but also against makeshift houses, on those that do not give dignity but are only a form of temporary assistance.1

In The houses we were cinema can be reconfigured according to composite and lateral forms, as an assembly of material that speaks about itself, that represents itself2. The segments taken from films of the past, newscasts, documents, etc. are not shaped in order to become part of a larger design: they themselves are a priori that design. A fractal formula that of Lodeserto, in which filmic architecture continually revises (and re-hears), reverberating, the scream of those who try to recover their humanity.

It is annihilating to think of the fact that archive images return, in the hands of the director, to become contemporary observers. A recorded reality that observes its future and that becomes, in the new work, its present. In the demonstrators’ posters we read the same sentiment at a distance of 50/60/70 years; it is annihilating to think that, after all, one is not «asking for the moon», simply a house that is not only a temporary architecture but a participant in a life that can be in the future.

Questo film è dedicato a chi,
su questa terra e sulle altre,
in questo tempo e negli altri,
è ancora in cerca di una casa.


Bibliography

1 Le case che eravamo, che siamo e che saremo. Un cortometraggio racconta il diritto all’abitare
2 Interview: Arianna Lodeserto, The Houses We Were (Italy)


http://www.ariannalodeserto.com/
http://www.thomasproject.net/arianna-lodeserto/

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