8’28”

Su Zhong, 8’28”, 2021, 8′


Arrivato al suo 50esimo compleanno, il Collectif Jeune Cinéma festeggia, nell’ambito della 23esima edizione del Festival des Cinémas Différents de Paris, con una serie di approfondimenti su autori e film che hanno fatto la storia del collettivo, in aggiunta ai 33 film della competizione internazionale. L’obiettivo del festival è quello di avere contemporaneamente uno sguardo sul passato e verso il futuro, nella consapevolezza che «c’è ad oggi un’abbondanza di registi che fanno dei film sperimentali invece di essere sperimentali». L’obiettivo della critica, dall’altro lato, è quello di cercare di tracciare dei solchi, dei sentieri lontani da questa tendenza generificante in atto, dall’elevazione a stilema della tautologia delle tautologie: l’arte sperimentale. Se di focus si deve parlare, dunque, è solo nella misura in cui assai luce su un oggetto ne oscura l’intorno, e qui l’attività critica è proprio quella di parlare di qualcosa per definire contemporaneamente qualcosa di cui non si vuole (perché sarebbe moralmente sbagliato farlo) parlare.


Otto minuti e ventotto sono sufficienti, nel regime del piano-sequenza, e quindi di un’idea di compresenza, di contemporaneità dell’azione, di compressione del tempo in uno spazio fluido, sono sufficienti, questi otto minuti e ventotto, all’occhio di Su Zhong, per sondare un’umanità al collasso; otto minuti e ventotto, sufficienti ad azzannare una contemporaneità disastrata da una quantità enorme di prospettive: politica, culturale, artistica, sessuale, etica.

L’unico movimento di macchina di 8’28”, un carrello all’indietro, dischiude gradualmente una serie di micro-situazioni, mettendo in prospettiva le precedenti e costruendo una tensione crescente per le successive (ignote). Questo mondo che viene fuori è una fiera del sangue coagulato, una parata di dèi insozzati e si badi bene che divinità, oggi, non è solo Gesù Cristo o Ganesha; di fianco a questi carri allegorici tradizionali sfilano le Tartarughe Ninja e uno Stormtrooper, perché in uno dei momenti storici spiritualmente più poveri dell’umanità (se non il più povero in assoluto) anche Iron Man può essere dio, e dunque può, insieme ai suoi colleghi supereroi, ballare come un idiota sul palco di un teatro al collasso per il giubilo di una platea completamente assente (sia essa vuota – come in questo caso – oppure no). Forse è solo facendo collassare la sala che si può sperare in un fiorire.

Anche le acque esterne sono imputridite dai corpi, dalla spazzatura, illuminate dalle luci di uno skyline dell’incubo che vede la Torre Eiffel vicino alla Statua della Libertà vicino alla Cattedrale di Notre Dames vicino al Partenone vicino alla Cattedrale di San Basilio vicino a solo il diavolo sa cosa. Nel mentre macchinari infernali (da guerra? poco importa) tappezzati di pitture erotiche orientali smistano pezzi di corpi: ecco che nel mondo al collasso di Su Zhong anche il privato è produzione in serie.

Nemmeno l’arte si salva, qui: capanni di dipinti accatastati e incrostati di sangue sono lasciati a sé stessi o, appunto, usati come ornati di marchingegni di morte; e, come se non bastasse, una delle opere più alte dell’ingegno umano e dell’idea stessa di antropocentrismo/umanesimo/rinascimento, l’Ultima Cena di Leonardo, è ambiente che ospita un banchetto di ossa e corpi mutilati, una cena ultima nel vero senso della parola.
La famosa Scalinata Potëmkin del film di Ėjzenštejn è nuovamente teatro di morte, un teatro sfiancato dalle infinite mess’in scena che è stato costretto a subire. Il film, prossimo all’esaurimento degli otto minuti e ventotto, s’inceppa, manifesta dei malfunzionamenti, dei glitch grafici, dei loop, come un videogioco dal disco graffiato; i suoni si accavallano, si fanno rumore, gli uomini si incastrano in movimenti di morte (e chissà di cos’altro) ripetuti ad oltranza.

Cosa resta in questo mondo, dunque, se l’ammasso di informazioni ci fa perdere di vista l’importanza della singola morte, del singolo fallimento umano? Cosa resta dell’infinito se la terra viene scaraventata in cielo e il cielo trascinato a terra? Soprattutto: cosa resta se all’arte non viene data la possibilità di indicare in alcuna direzione? Bisognerebbe vivere come le piante, radici nella terra e braccia tese al cielo. Ma, appunto, solo dal crollo si può sperare in un fiorire.

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