Restos do vento

Tiago Guedes, Remains of the Wind (Restos do vento), 2022, 127′.


Alcuni ragazzi vestiti d’abiti bizzarri, con tanto di maschere dipinte, prendono parte a una sorta di rito pagano di tradizione. Il rito prevede, tra le altre cose, atti violenti nei confronti delle ragazze/donne che, al momento dell’evento, si trovano per le strade del paese. Quale sia la natura (e i limiti) di questi atti allo spettatore non è dato sapere. Uno stupro sta per essere compiuto, però, e il giovane Laureano scaccia il violento Samuel salvando la povera ragazza. A fine giornata, per aver “infranto” le regole della violenta tradizione (e per essersi semplicemente ricordato di non essere una bestia), Laureano viene picchiato da tutti gli altri ragazzi, a conclusione di un’introduzione al film di carattere circolare definita da una camera fuori fuoco che guarda avvicinarsi il ragazzo e, a festa finita, lo osserva rannicchiato a terra a causa dei colpi ricevuti, su quella stessa strada in cui lo si è visto arrivare in apertura.

Salto temporale di una ventina d’anni: c’è chi lavora fuori dal paese, chi ha una vita agiata, chi meno; tutti, insomma – tenuti insieme dai forti legami invisibili che i piccoli paesi intessono senza permesso – hanno costruito la propria vita, mantenendo viva la piacevole tradizione della festa che si svolge ogni anno (ora in preparazione) e abbandonando, per fortuna, le pratiche barbare che ne costituivano l’anima qualche decennio prima1. Laureano, però, non è riuscito ad andare avanti: è diventato lo scemo del villaggio, il pazzo di paese: cammina seguito da numerosi cani, non è capace di badare a sé stesso, è mal visto da tutti tranne che da una donna, quella che era stata salvata da ragazza.

Le tradizioni si portano dietro, sommate, tutte le pratiche di quelle precedenti e le trasmettono, sommate, a quelle successive. Costanti aggiustamenti, nel corso degli anni, le stabilizzano e regolano sulla base di usi e costumi della loro contemporaneità: così l’abitudine di picchiare le ragazze che rimangono fuori casa (che portano con loro “i resti del vento” del titolo) è abbandonata, e nessuno più crede all’influenza negativa di forze naturali misteriose o ultraterrene – tranne Laureano.

Più forti delle tradizioni, perché odiosamente incise nell’animo degli uomini, sono le attitudini che vengono trasmesse da padre a figlio, come gli atteggiamenti violenti, la maggiore o minore predisposizione alla cura, e tutta una serie di elementi della personalità che dovrebbero essere neutralizzati (o quantomeno messi criticamente in discussione) dalle istituzioni scolastiche, ad esempio, o da tutte quelle esperienze di socialità condivisa ed espansa che aiutano un bambino/ragazzo a interpretare il mondo e sé stesso grazie ai rapporti umani che certe situazioni riescono a favorire. Queste attitudini trasmesse, l’immagine di una mela che non cade mai lontana dall’albero, sono alla base di Restos do viento.

I personaggi crescono ma non dimenticano quanto condiviso da ragazzi. Non vedono però, allo stesso tempo, i figli rivivere le loro stesse esperienze. Se/quando lo vedono, non fanno altro che alimentare una micro-Storia che non sembra voler smettere di ripetersi; quando escono dal loop, invece, lo fanno nelle bieche modalità di una generazione che è rimasta indelebilmente segnata, a sua volta, dai propri padri. Lo spettatore osserva Pedro, figlio di Samuel, ripercorrere i passi di suo padre; ma non fatica a vedere in Samuel una persona che, a suo tempo, ha ripercorso i passi del suo. E così per chissà quante altre generazioni prima. Laureano, invece, che sembra essere il punto in cui questa linea si interrompe2, in realtà risulta essere figlio di una persona che, da ragazzo, sembrava averla interrotta a sua volta.

L’unica speranza per uscire dal turbine di questa malsana eredità – in mancanza della possibilità di allontanarsi dal luogo in cui tutto ciò nasce e si sviluppa – è che uno o più dei “grandi” prendano consapevolezza del ripetersi della (loro) Storia: solo così si può sperare di salvare i propri figli. Se si è in ritardo su questo meccanismo di salvezza, se qualcosa va storto, si procede a operare come si può, seguendo gli insegnamenti della vita violenta che li ha allevati e cresciuti. E dunque un piccolissimo passo in avanti è comunque compiuto, al prezzo di un’altra generazione incrinata il cui futuro non basta a consolare quella precedente – e a consolare sé stessa.

Essere parte di un meccanismo indotto e tipico di una piccola comunità (dunque ingenuamente percepito come “intimo”) non rende queste persone più vicine. Le isola, piuttosto. Questo perché l’inesorabilità di una ruota che continua a riportare a galla gli stessi demoni stanca padri e figli, sempre lontani, sempre muti, sempre disinquadrati per la cinepresa: una soluzione estetica che ha accompagnato i maestri moderni dell’incomunicabilità, da Antonioni a Tsai Ming-Liang (e di cui s’era parlato anche per un altro autore sudamericano, il colombiano Vladimir Durán autore di Adiós entusiasmo). Tiago Guedes, come si è detto all’inizio, perde facilmente il fuoco col suo occhio di cineasta; altre volte, appunto, guarda contemporaneamente due personaggi posizionati alle due estremità laterali dell’inquadratura, schiacciati nei loro universi incomunicabili di generazioni che si parlano solo nelle rifrazioni delle loro brutture condivise. Solitudini e silenzi sono la cifra stilistica del regista: che sia una singola figura in un campo lunghissimo o più di una rinchiuse nel rettangolo di una porta, la struttura profilmica mira sempre e comunque all’isolamento e alla fredda osservazione, in certi casi di notevole profondità: straordinaria infatti la sequenza della messa in ricordo del giovane Pedro, che all’inizio del film bullizzava con i suoi amici la giovane Salomé chiedendole insistentemente di aprire la bocca. Con la fredda immobilità di cui si diceva poc’anzi, l’autore osserva Salomé e sua madre prendere parte alle prove del coro religioso. Il canto inizia ma Salomé non canta; pian piano, invece, apre la bocca, quasi a mostrare a Dio (che secondo il prete «ha chiamato a sé» Pedro) quel gesto che il ragazzo aveva cercato di farle fare. Un messaggio al Signore, nella mente rabbiosa di Salomé. «Che glielo porti, se è davvero con lui», avrà pensato.

E così, infine, anche un’altra generazione è segnata. Che tutto si sia risolto per “il meglio”, che giustizia sia stata fatta, terrena o divina che sia, non c’è nulla per cui gioire. Il passato torna più violento di prima ed è Laureano, povero capro espiatorio, a pagarne ancora una volta le conseguenze. Perché pare che il merdoso paesino chieda il conto a ogni generazione e lo chieda contemporaneamente a quella passata e a quella precedente. E se un membro della precedente non ha figli (contribuendo quindi indirettamente a fermare la ruota), beh… che paghi doppio.


Bibliografia

1 I “resti del vento” ora sono delle pale eoliche piazzate quasi sarcasticamente ai confini del paese.
2 Non a caso nell’intro egli viene privato del proprio cognome, come a interrompere idealmente la sua discendenza: «Da ora sei solo Laureano. Hai capito? Solo Laureano. Non hai più un cognome [in portoghese viene utilizzato il termine família: “non hai più famiglia”, N.d.r.

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