Laguna

Šarūnas Bartas, Laguna, 2025, 102′.


Les boques totes s'han clos,
les galtes s'han esblaimat,
i els blancs fronts ja s'han confós,
i els ulls ja s'han aclucat...
Quantes nines han finat!
La Mort té un jardí de flors
– Joan Maragall, El jardí de la mort

Da Peace to us in our Dreams (2015) in poi il cinema di Šarūnas Bartas è stato un cinema di parole che ribaltano le distanze di sguardi che non riescono mai a incrociarsi. I suoi volti sono stati, negli ultimi 10 anni, legati dai campi e dai controcampi, trovando nel verso di un dialogo un interlocutore presente (laddove in passato ogni sguardo e ogni – sporadica – parola si perdeva in un fuori campo più grande di qualunque schermo). Forse che l’unico modo di venire a patti con la realtà della morte della musa ed ex-moglie Ekaterina Golubeva fosse avviare un contatto, in primis con la primogenita Ina Marija, all’epoca diciannovenne. E quindi andare via, in una casa di campagna, per trovare pace nei loro sogni. Bartas aveva scoperto che la si trova negli altri, nell’idea che tutto è il continuo di tutto, che tutto è grazia e che la memoria è tutto – e poi negli occhi e nello sguardo di Ina Marija, così tanto simili a quelli di sua madre. Nell’idea, soprattutto, che manifestare il proprio dolore a partire dalle parole faccia parte di quella vita che si può toccare, che sia l’atto stesso di metterlo in forma l’ingrediente principale del palliativo – perché solo di palliativo si può parlare.

Ina Marija Bartaité muore nel 2021 a 24 anni, investita da un ubriaco alla guida, mentre tornava a casa in bici, ed è questo il motivo dell’esistenza di Laguna. Che amarezza pensare che lo si possa definire un “seguito” di Peace to us in our Dreams, che la vita del regista sia stata così poco gentile con lui. Ci sono due vite, afferma: una quando c’era Ina Marija e un’altra da quando non c’è più.

L’affezione per i suoi mondi e per le persone/personaggi osservati e creati è sempre stata enfatizzata dalla presenza dello stesso regista in qualità di attore, partecipe in prima persona di un cinema sempre a cavallo tra il documentario e la finzione, tra l’osservazione naturalistica e un riconoscibilissimo approccio poetico alla realtà. E così Laguna inizia con l’uomo e la natura che si osservano (sempre in quella forma di campo-controcampo fittizio e articolato dal solo montaggio), occhi dignitosamente pari: quelli della tartaruga, del coccodrillo e della donna; verdi egualmente verdi dell’iguana e delle mangrovie. E poi irrompe un video in bianco e nero di Ina Marija con la voce fuori campo di suo padre che spiega il perché del suo soggiorno, insieme alla piccola Una Marija (la sua secondogenita), in Messico, nei luoghi tanto amati dalla defunta figlia, nel tentativo di ripercorrere fisicamente la memoria, di trovare nei luoghi e nelle cose l’amore di Ina Marija del quale non possono che essere impregnati. Ed è in questo video e nella scena successiva (una tartaruga depone le uova e torna in acqua, lasciandole inevitabilmente alla mercè degli avvoltoi) che si dipana tutto il senso di Laguna: fare un figlio è duplicare la propria stessa vita (lo si diceva anche nell’articolo su Peace to us in our dreams citando Saint-Pol-Roux: «Il figlio è un’invenzione anteriore agli specchi») ma è anche lasciarlo fatalmente in balia delle onde, dare la chiave della porta alla morte. Un padre guardava negli occhi una figlia che aveva gli stessi occhi di sua madre; ora un padre guarda negli occhi una figlia che ha i suoi stessi occhi, e entrambi guardano il volto di Ina Marija.

Sembra, per un attimo, di vedere il cinema di Piavoli nell’accostamento tra la vita degli anziani abitanti del luogo e i giochi dei bimbi che si scambiano linguacce e smorfie (una dolce declinazione dei dialoghi tra volti del cinema di Bartas), in questa forte equipollenza tra il mondo degli uomini e quello della natura. E anche in questo il regista dondola tra una forma quasi istituzionale di documentario (una donna anziana guarda verso l’operatore di macchina fuori campo mentre racconta parte della sua vita) e un gioco consapevole con lo spettatore – come si fa, infatti, a guardare il volto della ragazzina senza riportarla continuamente nella realtà, fuori dalla finzione cinematografica? Come impedire a sé stessi di sapere chi sono le persone dietro ai personaggi? Questo film, evidentemente, sta palesando la mescolanza tra il documento e il diario, tra la confessione e la messa in forma della confessione, sta producendo immagini che dal lessico del cinema classico (campo+controcampo+campo medio con entrambi i personaggi) si spostano in una versione poetica e artistica del ritratto di famiglia, del ricordo personale.

È estremamente interessante, poi, la modalità con cui questi due livelli si diano il cambio. Šarūnas e Una Marija sono in barca e l’uomo racconta a sua figlia molte cose sulle mangrovie: come crescono, che ruolo anno per i locali, quanto siano forti e resilienti come piante, quanto siano efficaci nel filtrare l’acqua salata e quanto siano essenziali in un ambiente ostile e soggetto agli uragani; si sofferma pure su qualche inquilino: «vedi gli uccelli lassù?». Fa il padre insomma. E aggiunge: «Sai dove ho visto le mangrovie per la prima volta? In Brasile, con tua sorella.» Pronuncia qualche altra parola che onestamente né io né Ina Marija abbiamo ascoltato; la cinepresa stacca sul volto di lei, un volto che proviene direttamente dai grandi capolavori di Bartas degli anni ’90 (Koridorius, Namai, Few of Us, Trys Dienos): guarda il ricordo fuori campo e non dice niente.

Ina Marija ancora non sa niente del dolore, della morte e della vita – come potrebbe? È per questo che suo padre non si sottrae (anzi persegue un approccio coraggiosissimo) davanti alle domande dirette di lei: «Cosa succede alle persone quando muoiono? Cosa diventano?» «Vengono seppellite. O cremate», risponde lui. Prosegue però rispettando la giovane età della bambina e il poco tempo che ha avuto per rispondere alle proprie domande, e aggiunge che alcuni credono che esista la reincarnazione, che esista un’anima. «Tu cosa credi che succeda?» le chiede, e va bene che lei creda che esista un posto bellissimo dall’altra parte e che chi muore dorma sulle nuvole. Ma affrontare la morte vuol dire affrontare anche il tempo, ad esempio: perché alcune persone vivono a lungo e altre, come Ina Marija, così poco? Perché andare a dormire sulle nuvole quando la vita è appena iniziata, quando si è «a pochi minuti da casa»? «Possiamo solo… vivere», e quindi forse anche Una Marija capisce che al defunto o a Dio – o a Šarūnas – non importa delle ali bianche per volare in cielo e di quel posto al di là, non importa realmente a nessuno. Rimangono però le sue poesie, i suoi disegni, la sua traccia. «I tuoi ricordi sono come perle, amore mio. Devono essere tenute al sicuro». La memoria, dunque, è la garanzia di poter morire con qualcuno. Non è certo un caso che l’arte e la memoria siano così inscindibili: non c’è arte senza memoria perché non c’è essere umano senza memoria di chi e di ciò che si è amato e odiato, una cosa vicino all’altra e una persona vicino all’altra.

Quanto questo approccio di Bartas alla sua arte e alla sua vita sia frutto di una terapia consapevolmente autoindotta o di un mix di questa e di un po’ di morbosità è a tratti difficile da capire, in Laguna. Resta comunque l’imperscrutabile coraggio di sottoporsi e sottoporre Una Marija a questo viaggio, a queste conversazioni, quasi come se la tartaruga volesse aiutare l’uovo non schiuso sottoterra a sopravvivere alle onde. Moriranno entrambi, uccisi dagli avvoltoi o da un uragano che non potranno in nessun modo prevedere, e questa consapevolezza può essere la peggiore per una vita senza fede. «Se fossi un credente… Penserei che ti rivedrò e che adesso non manca molto tempo. Se solo credessi. Un essere umano è fragile. Anche il mondo, che una volta sembrava così immenso, senza confini, adesso sembra così piccolo.» È anche la misericordia della natura, l’essere impermanenti. Insieme ai figli, l’arte è una delle principali manifestazioni pratiche della lotta all’impermanenza, una forma di vita oltre la morte che permette di salutare con più serenità l’uragano o l’avvoltoio, ché l’uragano o l’avvoltoio arriva per gli uomini, destinati a mettere al mondo, in un ciclo infinito, dei futuri morti.

L’eco di Ina Marija ancora risuona. La sua risata luminosa riecheggia ancora. Le tracce delle sue lacrime nella polvere incontrano il povero, affamato cane. Ciò che hai donato a tutti a tutti, piccola mia. Il tuo calore, la tua bontà, e il tuo amore, rimarranno nella nostra memoria. La schiuma della vita troverà la sua strada. Ci guiderà nelle nostre vite come una piccola stella, come una fonte di luce. Le creature della laguna riposeranno durante la notte. Altri si sveglieranno. I suoni cambieranno ma non cesseranno mai. E tutte le persone che abbiamo amato saranno con noi, anche nei nostri sogni. Ci sveglieremo insieme in questa realtà amara.

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