L’artificio umano come nuova forma laterale della natura.

Level 305 (2018, 10′) – Adriana Ferrarese.


Click here to read the english version of this article.


Prima dell’inizio ufficiale del Laterale Film Festival 2019 questa pseudo-rubrica tenterà di mettere in luce, attraverso articoli dedicati ai film scelti, quali sono gli elementi principali di questa selezione, i contatti reciproci e la natura affine delle opere nella consapevolezza della distanza geografico-culturale dei loro creatori. Si cercherà di tracciare un percorso (così come quello di Excursus Laterale, all’interno del quale andrà a confluire questa serie di articoli subito dopo la chiusura dell’edizione di quest’anno) tra queste opere al fine soprattutto di dare loro un rilievo prima e dopo l’esperienza della sala, una casa temporanea sia per gli artisti e le loro opere che per gli spettatori, naviganti e visitatori di questa città che da anni accoglie il cinema Laterale e i suoi figli dando loro un posto in cui fermarsi per qualche giorno.

Catalogo


Poiché non riconosco niuna differenza tra le macchine che fanno gli artigiani e i diversi corpi che la natura sola compone, se non che gli effetti delle macchine non dipendono che dall’azione di certi tubi o molle o altri strumenti, che, dovendo avere qualche proporzione con le mani di quelli che li fanni, sono sempre sì grandi che le loro figure e movimenti si possono vedere, mentre che i tubi o molle che cagionano gli effetti dei corpi naturali sono ordinariamente troppo piccoli per essere percepiti dai nostri sensi. Ed è certo che tutte le regole delle Meccaniche appartengono alla Fisica, in modo che tutte le cose che sono artificiali sono con questo naturali. Poiché, per esempio, quando un orologio segna le ore per mezzo delle ruote di cui è fatto, questo non gli è meno naturale che ad un albero di produrre i suoi frutti.1

Giganteschi ragni metallici, bisonti a quattro ruote e serpenti meccanici: i non-animali di Level 305 sono ciò che anima questo cinema laterale di profondità nel quale la presenza dell’uomo non è più contemplata se non nell’astratta consapevolezza della creazione di una nuova fauna. Eppure queste creature possono fare a meno del creatore e anzi hanno imparato a sostituirlo nelle sue attività, quasi come se il triturare pietre fosse un loro modo di mangiare piuttosto che un lavoro svolto al servizio dell’essere umano.

Level 305 è pregno di un’inquietante assenza che si fatica a considerare riempita da questi esseri fatti di lastre e bulloni, mimetizzati interamente in un ecosistema che è pare essere un mondo a parte all’interno del quale solo tali costrutti possono sopravvivere e muoversi naturalmente. A tal proposito diventa importante considerare la maniera in cui Adriana Ferrarese consideri ciò che è definibile “naturale”: ovviamente le cave fanno parte di ciò che comunemente è possibile identificare in tal senso ma ciò che colpisce del film è il ruolo assunto dagli abitanti di questo spazio naturale assolutamente innaturale.

La macchina del cinema non è diversa dal treno-serpente o dalla ruspa-scorpione in tal senso: essa registra all’infinito, si fonde con i corpi di questi automi e sostituisce i loro occhi (il riferimento è all’estranianti soggettive di questi veicoli), registrando ciò che pare essere pervenuto allo spettatore in maniera casuale, come se egli stesse accedendo alla visione di qualcosa che non lo riguarda e che esiste al di là della sua consapevolezza. Le cave buie e stringenti non sono adatte alla sua vista ed egli può averne parvenza solo grazie alla registrazione cinematografica che impedisce lui di venire a contatto con polveri, detriti e oscurità.

In cane, caro (2015, 18′) Luca Ferri adopera un procedimento che potrebbe essere definito meccanico nella misura in cui il materiale col quale compone il film è pre-esistente ed egli non fa altro che assemblarlo proprio come per la costruzione di una macchina. Level 305, simile in questo, non rinuncia alla creazione del materiale ma allo stesso tempo la assegna alla macchina, come se un documentarista attaccasse una videocamera sul carapace di una tartaruga e grazie ad essa potesse seguirne il percorso all’interno di luoghi altrimenti inesplorabili.
Il film è, in conclusione, un vero e proprio documentario su un sottobosco, registrato dai suo stessi abitanti i quali affermano una propria autonomia e allo stesso tempo riportano alla luce il fatto che questa estrema forma di artificio umano non è altro che una nuova forma laterale di natura.


Bibliografia

1 R. CARTESIO, I principii della filosofia, Bari 1914, pp. 268-269.


https://www.ceresa-films.com/



English version


Human artifice as a new lateral form of nature.

Level 305 (2018, 10′) – Adriana Ferrarese.


Before the official start of Laterale Film Festival 2019 this pseudo-column will attempt to highlight, through articles dedicated to the selected films, the main elements of this selection, the mutual contacts and the similar nature of the works in the awareness of the geographical-cultural distance of their creators. The column will try to trace a path (as well as Excursus Laterale, in which this series of articles will come together immediately after the closing of this year’s edition)among these works in order to above all give them a remark before and after the experience of the cinema hall, a temporary home for both the artists and their works and for the spectator, sailors and visitors of this city that for years has been welcoming the Lateral cinema and his children by giving them a place to rest for a few days.

Catalogue


For I recognize no
difference between these and natural bodies beyond this, that the
effects of machines depend for the most part on the agency of
certain instruments, which, as they must bear some proportion to the
hands of those who make them, are always so large that their figures
and motions can be seen; in place of which, the effects of natural
bodies almost always depend upon certain organs so minute as to
escape our senses. And it is certain that all the rules of mechanics
belong also to physics, of which it is a part or species, [so that
all that is artificial is withal natural]: for it is not less
natural for a clock, made of the requisite number of wheels, to mark
the hours, than for a tree, which has sprung from this or that seed,
to produce the fruit peculiar to it.1

Gigantic metallic spiders, four-wheeled bisons and mechanical snakes: the non-animals of Level 305 are what animate this lateral cinema of depth in which the presence of man is no longer contemplated except in the abstract awareness of the creation of a new fauna. And yet these creatures can do without the creator and indeed they have learned to replace him in its activities, almost as if the shredding of stones was their way of eating rather than a work done in the service of mankind.

Level 305 is full of a disquieting absence that is hard to consider filled by these beings made of slabs and bolts, camouflaged entirely in an ecosystem that seems to be a world apart within which only such constructs can survive and move naturally. In this regard it becomes important to consider the way in which Adriana Ferrarese considers what is definable as “natural”: obviously the quarries are part of what is commonly possible to identify in this sense but what is striking about the film is the role assumed by the inhabitants of this absolutely unnatural natural space.

The cinema machine is no different from the serpent-train or the scorpion-scraper in this sense: it registers endlessly, merges with the bodies of these automata and replaces their eyes (the reference is to the alienating subjectives of these vehicles), recording what appears to have arrived at random to the spectator, as if he were accessing the vision of something that does not concern him and that exists beyond his awareness. The dark and stringent quarries are not suited to his sight and he can look at them only thanks to the cinematographic recording that prevents him from coming into contact with dust, debris and darkness.

In dog, dear (2015, 18′) Luca Ferri uses a procedure that could be defined as mechanical to the extent that the material with which he composes the film is pre-existing and he does nothing but assemble it just like for the construction of a machine. Level 305, similar in this, does not renounce to the creation of the material but at the same time assigns it to the machine, as if a documentarian attaches a video camera on the carapace of a turtle and thanks to it could follow its path inside places unexplored otherwise.
The film is, in conclusion, a real documentary on an undergrowth, recorded by its own inhabitants who affirm their own autonomy and at the same time bring to light the fact that this extreme form of human artifice is nothing but a new lateral form of nature.


Bibliography

1 R. DESCARTES, The principles of philosophy.


https://www.ceresa-films.com/

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