Dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora?

Giuseppe Spina e Giulia Mazzone, Dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora?, 2022, 67′.


Ricordo con affetto la prima volta che vidi Variazioni luminose nei cieli della città, quegli astri in negativo schizzare da tutte le parti in un universo impazzito e silenzioso.
Eppure la cinepresa era immobile su quelle lastre fotografiche.
Errava soltanto la forbice del montatore, tra le inquadrature celesti, celesti chimicamente, celesti del cielo.

Dopo un’introduzione solenne in cui il monte rosso si staglia nella notte di un luogo alieno, rocce fumanti, nubi infuocate, soli soffocati, eccola, la prima lastra dell’ultimo film di Giuseppe Spina e Giulia Mazzone.
E sulla lastra una stampa di uomini del passato che si affacciano sul cratere
e sulla stampa una lente d’ingrandimento
e poi ancora un’altra stampa
e poi una voce fuori campo che racconta del viaggio di questi uomini
e i disegni riassumono visivamente il percorso fino alla bocca del vulcano.
Tre zone da superare per arrivare in cima.
La regione inferiore
la regione del fuoco
la regione deserta.

L’Etna continua ad accumulare strati,
colata dopo
colata
e sulle innumerevoli colate sono costruiti i villaggi degli uomini
«edificati sulla lava, costruiti con la lava ricoperta di altra lava».

Viene dalla terra, vive sulla terra, torna nella terra
e infine dalla terra al fuoco – a terra ignem – dal fuoco al giudizio finale.

Con operai e «giganteschi ragni metallici, bisonti a quattro ruote e serpenti meccanici» che fanno pensare a Level 305 di Adriana Ferrarese si apre La regione inferiore, e l’interesse di Spina e Mazzone è sempre quello: le rocce sono spaccate,
tagliate,
scalpellate,
insomma, sono sezionate,
e le sezioni rivelano strati. Sembrano quasi morbide, colpite da continui getti d’acqua mentre le seghe fanno il loro lavoro. L’accumulo di secoli di storia sotto forma di roccia finirà in qualche posto del mondo, a costruire (o abbellire) altre case d’uomini.

Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora?
Perché sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni?

Il passaggio dalla prima parte alla seconda è scioccante: da una contemporaneità familiare a
immagini che sembrano venire dal futuro
e dal passato insieme. Sono immagini di un luogo che pare non essere stato mai calpestato da piede umano
o zampa animale perché troppo inaccessibile
o ancora non scoperto,
e immagini che negli ultimi anni si sono moltiplicate – per nostra fortuna – a dismisura, le immagini dei pianeti lontani, Marte su tutti. Come gli antichi esploratori allora ci si trova spaesati in un luogo non così lontano, non così remoto, eppure di un fascino alieno.
«Qui il tempo si è fermato», dice il narratore, e forse più che fermato si è accartocciato e non sa più riconoscere ciò che era e ciò che potrebbe essere. Basta guardare queste rocce scure e immaginarsele
incandescenti e luminose;
basta guardare questa fissità desolata e immaginarla
scorrere nella lava che scende come lenta onda dalla montagna.

E infatti un moderno uomo primitivo fuori dal tempo (bastone, capelli lunghi, barba e jeans) si aggira in questa landa alla ricerca forse degli dèi del titolo, che se non è un azzardo vorrei identificare in quelle particelle luminose che animano un fascio di luce di una grotta, uno dei molti momenti in cui il film di Spina e Mazzone vola oltre la roccia e le nuvole.
E poi ombre che si aggirano nell’oscurità (altri dèi umanoidi)
luci che passano sulla pietra e la liquefanno, la mobilitano.
Dal buio del profondo
al buio della galassia
l’interno della grotta in cui riposano gli dèi mostra i risultati del Tempo.
Più è profonda la grotta, più l’immagine è celeste, celeste chimicamente, celeste del cielo.

E qui l’arte eclissava la materia, perché il dio del fuoco vi aveva cesellato
i mari che circondano la terra, l’universo intero e il cielo che lo sovrasta.

Tutto è strato, sovrapposizione: l’uomo guarda nel fuoco e nel fuoco vede immagini d’archivio del vulcano che erutta.
Cinema che si sovrappone al cinema.
E poi le immagini delle rocce zoomabili ad oltranza che rivelano l’età delle rocce e il loro passato: inquadratura-strato dopo inquadratura-strato si ottengono nuove informazioni, perché la conoscenza vive dell’atto di andare a fondo (e in fondo – come gli speleologi de Il buco di Michelangelo Frammartino, che rivive in alcune immagini di quest’opera), di indagare il piccolo
e il più piccolo
e l’infinitamente piccolo.

Dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora? si interroga su ciò che nasce e non muore, o che muore nascendo e nasce morendo, come le rocce che nascono dal raffreddamento del magma che sale in superficie e si cristallizza,
e continua a formare strati attorno a questo «germe cristallino»
che cresce concentricamente
«e tiene traccia di tutta la storia passata
perché le parti interne del cristallo rimangono isolate
da quelle più esterne
e dalla parte ancora liquida del magma».

E come per magia –
perché magia è la conoscenza che pare accrescere la grandezza del nostro mondo come farebbe un prestigiatore che ci stupisce nell’atto stesso di spiegarci il suo gioco –
come per magia i registi tornano alle Variazioni luminose nei cieli della città, con le lastre di campioni di lava che si portano dietro
il bagaglio di quel passato cinema astratto.
«Al momento dell’eruzione
la vita del cristallo termina.
La storia del cristallo,
la sua possibilità di crescere
viene di fatto spezzata. […]
Investigando l’infinitamente piccolo, possiamo ricostruire la storia dei cristalli. Dal momento in cui il cristallo si è formato
fino al bordo, che indica il momento in cui il cristallo è morto, l’istante in cui è gettato nel mondo.»

Una lastra sembra
un cratere visto dall’alto, che sembra
un occhio,
iride e pupilla.

Si sovrappone di tutto in questo film: Ovidio, Cesare Pavese, Michelangelo Frammartino, Adriana Ferrarese, Jorge Luis Borges, Colombano di Bobbio, Roger Deutsch, Christian Kühne, Carlo Gemmellaro, Haroun Tazieff, Chris Marker (solo per citare le più immediate evidenze cromatiche di questa pietra). E si sovrappone il cinema che guarda immobile, dall’alto dal basso da dentro da fuori, quello che può cogliere il microscopico e il gigantesco; quello che si serve degli occhi di cineprese del passato e di occhi che non sono nemmeno di cineprese. Le arti del tempo manifestano l’accumulo nell’accumulo senza mai arrivare a rappresentarlo compiutamente, legate come sono all’orizzontalità. Il cinema forse riesce più della musica, perché all’orizzontalità del tempo che scorre può sommare la verticalità dei suoi molteplici canali (la voce fuori campo e quella in campo, i rumori e la colonna sonora, il movimento di macchina e il movimento degli oggetti); sua sorella, infatti, lavora più “nel” tempo che “col” tempo (pur avendo un perfetto rapporto tra sincronia e diacronia con la melodia e l’armonia). Le arti immobili, invece, rappresentano compiutamente l’accumulo ma faticano a manifestarlo, essendo tutto il lavoro precedente all’ultima pennellata/scalpellata annullato in favore dello strato più superficiale. In entrambi i casi, infatti, sono pochi quelli che hanno saputo lavorare contro questa sorta di condizione naturale (Rothko, Ravel, Bernhard, Corso, Sokurov…). Spina e Mazzone lavorano su entrambi i fronti, accumulando in orizzontale e in verticale, costruendo un’opera che, a guardarla in sezione, mostra tracce di numerose colate passate. D’altronde nessuno viaggia senza bagaglio, e il bagaglio della conoscenza permette di portarsi dietro, quasi senza sentirne il peso, le pesanti anime di un Ovidio o di un Pavese. Il vulcano deve eruttare perché si espanda, a costo di un’infinità di cristalli morti, così che il panorama sia più ampio, più esteso in larghezza. Il Doctor Marianus, alla fine del Faust di Goethe dice «Aperta è qui la vista / liberato è lo spirito»1. Dove si va, infatti? Dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora? Probabilmente si cristallizzano nell’attimo. Gli uomini dalle anime affamate rispondono come il Faust di Sokurov risponde alla sua Margarete: «Là! Là! Oltre… Oltre, e oltre!». Anche un articolo è uno strato che si aggiunge al film, e funziona in un modo ancora diverso. Come lavorando al contrario esso tenta, nella distensione obbligata delle lettere e delle parole e dei periodi, di penetrare gli strati di roccia; non per arrivare al nucleo e privarlo del suo guscio, quanto per restituire a chi legge un’ulteriore immagine in forma di tesseratto, in cui sia visibile nucleo e guscio allo stesso tempo. Se la critica è una strada e le righe sono strati non sembra assurdo pensare a questo blocco (=pietra) di testo come un eruzione a sé stante. Come la pietra vulcanica esiste prima di nascere e poi muore nascendo; come il film esiste nella ripresa e muore nello schermo; come il testo vive nella scrittura e nella lettura è già morto; così queste cose fanno anche l’opposto: morendo nascono, perché non c’è testo senza lettore, non c’è roccia senza viandante, non c’è film senza spettatore.


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