Siete perros

Rodrigo Guerrero, Siete Perros, 2021, 83′


Ernesto, vedovo e diabetico, abita in un appartamento con sette cani: Panchita, Salvador, Gitano, Chipá, Chula, Ramiro e Ruso. La compagnia dei fedeli animali sopperisce alle mancanze affettive, ma la vita coi condòmini si fa aspra, fino al ricorso legale. È nel fragile equilibrio tra empatia e intolleranza che si muove il film di Rodrigo Guerrero, in un microcosmo di uomini semplici che hanno la sola colpa di cercare quotidianamente la serenità in una vita che è, in sé e per sé, fatica – e di uomini che hanno la sola colpa di essere rimasti da soli.

Ernesto è un uomo dolce, si prende cura della sua routine con ferrea costanza (e così fa il regista nella sua ritualità visiva): intaglia pedine per gli scacchi, porta al parco i suoi cani due volte al giorno, prepara loro da mangiare, va dal medico per trattare la malattia, è sempre garbato fino all’apatia, al punto da sembrare affetto da qualche disturbo di tipo comportamentale – un condòmino non esita a dargli dell’«handicappato del cazzo», tra le altre cose. Nella sua routine è inclusa la pulizia costante di un piccolo terrazzo al centro del condominio nel quale alcuni condòmini gettano buste con spazzatura (contenenti ovviamente cose che i cani possono ingerire: da pannolini a preservativi). A conti fatti Ernesto non fa altro che tentare di gestire un lutto nei confronti di una persona con la quale sembrava condividere molto; di gestire anche una aspettativa di vita tutto sommato breve (la malattia avanza e a quanto pare non sembra volersi mettere in coda per un trapianto).

A tal proposito è importante ricordare che, al netto di una forma traballante, il regista si cura di mantenere nei confronti della sua storia un silenzioso rispetto: le informazioni sulla vita di Ernesto, che lo spettatore incontra senza preludi né contesto, vengono fuori a piccole dosi tra un dialogo e l’altro, nelle pieghe della vita quotidiana, nelle piccole deviazioni e confessioni, sempre sottomesse a un realismo perseguito con impegno. Nella discrasia tra momenti messi in scena con piglio pittorico (nelle scene notturne, soprattutto) e altri che manifestano un gusto estetico tutto sommato mediocre, si percepisce la fatica dell’autore nel tenere insieme le fila della sua opera (che, ad esempio nella parte finale, assume uno sviluppo frettoloso ed ellittico) e una resistenza allo sfaldamento che è forse frutto di un approccio onesto e sentito. E spiccano in effetti tutti i momenti in cui le gabbie visive tengono Ernesto confinato nel suo spazio, e gli sguardi rasoterra che intrattengono un dialogo ancor più asfissiante tra il protagonista e i suoi amici animali; la distanza sempre mantenuta tra la macchina da presa e le figure, la sua immobilità che è scelta cosciente di non invadere uno spazio privato (di rado essa attraversa le porte attraverso cui inquadra l’uomo).

Proprio questo profondo rispetto da parte del regista per il suo protagonista e la sua storia tiene in piedi il tutto e permette al film di aprirsi in momenti di struggente intensità: l’equilibrio tra tolleranza e empatia inizia a cedere in favore di quest’ultima, e i condòmini decidono di dare una mano a Ernesto prendendo i cani con loro, separandoli ma permettendo loro di stare nello stesso edificio. Ed Ernesto si impegna a fare il giro degli appartamenti per portare personalmente il cibo (che poi è solo una scusa per salutare i cani). Così come si impegna a rendere il distacco meno traumatico possibile (dal cane verso i cani, non dal cane verso il padrone, si noti): «[parlando coi cani] Staremo tutti insieme lo stesso, va bene? Starà qui vicino a noi, ok? E andrà tutto bene. Capito? Staremo qui vicino. A due passi. Accompagniamo Ruso. Almeno fino alla porta. [rivolgendosi poi al cane] Se hai bisogno, avvisa. Andiamo!». È in momenti come questo, in cui il rapporto coi cani eclissa completamente la loro funzione di palliativo1, che l’opera si solleva e respira.

C’è distanza etica e rispetto sommesso, dunque, verso le figure umanissime di Siete perros, e verso gli animali più umani che si possano immaginare: forse però non basta a farne un film di rilevante valore artistico.


BIBLIOGRAFIA

1 Verrebbe anche da chiedersi se è davvero così, d’altronde non si sa come sia finito, Ernesto, a vivere in un appartamento con sette cani, e perché.

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