Sick of Myself

Kristoffer Borgli, Sick of Myself, 2022, 95′.


Il titolo internazionale di Syk Pike – letteralmente Ragazza malata – è Sick of Myself. Certo, il titolo originale riassume in due parole l’argomento del film, ma quello inglese è curioso per un altro motivo: la traduzione italiana di Sick of Myself è, principalmente, Stufa/stanca di me stessa. Una traduzione più letterale, invece, suggerisce Malata di me stessa. Entrambe le traduzioni sono valide in questo caso e aiutano perfino a leggere più in profondità il film di Kristoffer Borgli.

In breve: Signe e Thomas vivono una vita relativamente tranquilla. La prima è commessa in un bar, il secondo è un artista che non si fa problemi a rubare qua e là materiali per le sue opere di design. Quando quest’ultimo inizia ad avere successo, Signe si ammala di narcisismo. Un narcisismo che si manifesta subdolamente – all’inizio – con qualche frecciatina lanciata a Thomas davanti agli amici o qualche piccola sceneggiata per attirare l’attenzione; si trasforma infine, questo narcisismo, in una dipendenza da un farmaco illegale che causa gravi eruzioni cutanee (quale miglior modo di attirare l’attenzione se non quello di mettere in piedi un gigantesco “teatro della vittima”?)1. Signe diventa quindi un freak, ponendosi all’opposto dell’artista bello e sensuale che viene riverito alle mostre d’arte piene di intellettualoidi coi loro bei bicchierini di spumante e una serie di apprezzamenti idioti su quanto esposto – in certi contesti l’artista stesso si fa “oggetto”, spesso più delle opere.

Al di là delle modalità grazie alle quali i due ottengono le attenzioni altrui, il risultato pare essere identico. Il regista-narratore frappone e sovrappone situazioni analoghe e speculari di cui sono protagonisti Thomas e Signe: interviste, incontri galanti, colazioni al bar. Con l’avanzare del film le due strade s’intrecciano e la lotta alla notorietà si fa più aspra. È qui, forse, che entra in gioco la qualità più evidente di Sick of Myself, che si aggiunge a una generale raffinatezza nel gestire le situazioni imbarazzanti e parossistiche: pare che Borgli adotti, nei confronti della coppia e delle loro vicende, uno sguardo ironico piuttosto minimale, sempre sul confine tra un giudizio divertito e uno dispiaciuto. Egli vede chiaramente l’assurdità della situazione (che si cura di ribadire con ritmata insistenza) ma ne percepisce anche la drammaticità. Per quanto Sick of Myself superi – anche se non di molto – la soglia della verosimiglianza, le questioni che solleva sono più che mai quotidiane: il narcisismo di cui sono malati i due protagonisti è particolarmente reale, è parte del contemporaneo. Un narcisismo che nasce da pratiche mediatiche che vanno dall’intervista sul blog di moda al servizio televisivo (quest’ultimo caso è forse l’unico in cui al regista sfugge di mano il garbo narrativo mantenuto per tutto il film – uno strabordare eccessivo nel parossismo e nel delirante), dall’attenzione all’artista social come oggetto artistico più che all’opera d’arte, da una società che forza un immaginario per cui essere osservati è gradevole e osservare è umiliante (da qui l’intensivo uso di campi e controcampi con soggettive).

L’apprezzamento nei confronti delle opere è motivo di orgoglio per lui; le manifestazioni d’apprensione nei confronti della salute sono motivo di orgoglio per lei. Il focus si sposta progressivamente su Signe, il suo punto di vista diventa quello centrale e così fino ai picchi estremi di assurdità in cui, improvvisamente, l’occhio della cinepresa assume quell’atteggiamento di giudizio di cui sopra. Ecco che “voglio prendermi cura di te” diventa una frase che eccita sessualmente Signe, e così via fino addirittura al racconto, da parte di Thomas, di un ipotetico funerale di lei in cui tutti quelli che si sono preoccupati per lei sono accettati all’ingresso della chiesa-discoteca (con alla porta un prete-buttafuori) e quelli che non hanno dimostrato interesse sono respinti. Anche il momento intimo per eccellenza della coppia, quindi, nasce da questo narcisismo.

Sick of Myself si muove quindi sui binari di una formula ironica stranamente garbata, che reitera la serietà e l’urgenza del discorso che solleva senza abbandonarsi alla pura comicità. Borgli, così, tiene compatta l’opera, riesce efficacemente ad astrarsi quando necessario, quando cioè la narrazione arriva sul confine dell’assurdo, riportando il film a uno stato per cui la risata si smorza sul nascere e devia sempre su un tono che discute la “malattia” con piglio lucido, per quanto amaro.


Bibliografia

1 Piccola nota: il farmaco in questione si chiama Lidexol. Pare che il regista e la sua troupe abbiano giocato al di fuori dello schermo con la creazione del sito (e annesso profilo Instagram) di questo farmaco fittizio, con tanto di annuncio in homepage sulle gravi ripercussioni che Sick of Myself avrebbe causato all’economia dell’azienda. A fine comunicato, a scanso di equivoci, la presunta azienda sconsiglia il film in generale: «In realtà non è un buon film, secondo diversi esperti. Vi consigliamo di evitarlo». Non si sa mai.

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