Tenzin

Joshua Reichmann, Michael Leblanc, Tenzin, 2021, 74′.


Il Tibet è sotto il controllo della dittatura Cinese e questo porta una serie di uomini a immolarsi per la loro terra, nella comune pratica di darsi fuoco in pubblica piazza. Così il fratello del protagonista, che appare davanti ai suoi occhi in immagini che vanno dal filmato d’archivio (narrativizzato nel contesto del film) ad apparizioni oniriche nel cuore della notte (con un montaggio dall’espressività emotiva di rilievo – una delle principali peculiarità del film). Tenzin vuol dire “Colui che porta con sé gli insegnamenti” (o “difensore degli insegnamenti”), eppure «Dove sono finiti gli insegnamenti del Bhudda?» si chiede il regista1, osservando il mondo attraverso gli occhi del ragazzo che viene tallonato per tutta la durata del film, in una Toronto tibetana che mischia il misticismo ai fumi della vita notturna e della vita urbana contemporanea. La camera ancorata (anchored camera) dei due registi ricorda molto quella di un illustre cinese, il compianto Hu Bo, suicida a pochi giorni dall’uscita del suo primo e ultimo lungometraggio, An Elephant Sitting Still.

Ecco che Reichmann e Leblanc seguono il giovane camminare e camminare e camminare, perso tra una famiglia che lo invita alla meditazione e una società che santifica la produttività e che rigetta il gesto “inutile”, tanto da portarlo a pensare, a un certo punto, che l’atto del fratello sia stato del tutto inutile. Il ragazzo vaga perché la città è labirintica, con tutti i suoi stimoli ed eventi e obblighi, ma soprattutto perché non riesce ad astrarsi dalla sua coscienza, arrivare al “nulla” mistico della meditazione, all’assolutezza della perdita consapevole di sé. Egli non riesce ad essere presente, non parla, non reagisce (tranne quando messo a confronto col fratello), il suo vuoto è sia il vagare che l’immobilità davanti alle scelte.

C’è da dire che Reichmann e Leblanc fanno fatica a dare densità alla loro opera, nel complesso. Nonostante l’esigua durata, sembra che il vagare del ragazzo sia anche un po’ il vagare del film stesso. Come fa notare Redmond Bacon: «Anche se suppongo che questo sia in qualche modo il punto del film – la difficoltà di provare a vivere la propria vita all’ombra di un martire – la giusta furia del fratello di Tenzin contro la tragedia del Tibet è a malapena replicata nella narrazione stessa. Per un cinema così mirato e politicamente schierato – che termina letteralmente con una didascalia Free Tibet che riempie tutto lo schermo – sembra un’occasione persa per criticare seriamente la RPC. Per i fan del regime, è improbabile che cambino idea sul Tibet in alcun modo dopo aver visto questo film»2. Io credo che lo scarto si trovi, paradossalmente, nella vicinanza alla più che riuscita e straordinaria opera di Hu Bo: il film di Reichmann e Leblanc parte da un presupposto dichiarato, ovvero quello della condizione degli “esuli” e degli oppressi, ma finisce per essere un racconto interiore che universalizza la condizione di quell’anima e la astrae, praticamente, dal tema effettivo della narrazione. Il dramma del giovane è più interessante per la sua natura globale ed emotiva che per il discorso politico che fa. Anzi, c’è da dire che sono proprio quelle parti a creare scompiglio nell’opera, come se la questione posta dai registi si chiudesse sul personaggio e ne indagasse la condizione in quanto individuo esule tra gli esuli, poco importa che siano nello specifico tibetani.

Questa pseudo-criticità non è un reale problema del film, è più un’osservazione su quanto un dislivello di tal genere possa appesantire un’opera che a conti fatti è da intendersi come riuscita e ben congegnata. Il ragazzo riesce a trovare la sua dimensione, riesce ad elevarsi alla nobiltà del fratello senza emularne pedissequamente il gesto. Riesce, da parte sua, a raccogliere tutte le suggestioni della sua condizione, la natura stessa dell’ambiente in cui vive, e a farne una moderna immolazione, un gesto che si allontana dall’astrazione del puro sacrificio buddhista senza venir meno ai suoi principi. Un’immolazione ridefinita che è comunque un atto di resistenza, e dunque un gesto sacro.


Bibliografia

1 Dal sito del regista.
2 Redmond Bacon, Tenzin, Dirty Movies, 19 novembre 2021.

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